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In controtendenza rispetto a svariati articoli e commenti di recente pubblicazione, Antonio Massari ha spiegato di recente sul sito della community Cantieri PA perché, a suo avviso, “la blockchain non serve alla PA” . “In questo articolo - scrive introducendo l’argomento - vorrei sintetizzare dapprima l’elemento che io ritengo essere la componente più innovativa della Blockchain, passando poi a individuare quelle che, secondo me, sono le condizioni per cui può avere senso adottare soluzioni basate su Blockchain. L’obiettivo di questa considerazione è rispondere alla domanda: può una Pubblica Amministrazione trovarsi nelle condizioni di applicabilità di soluzioni basate su Blockchain, o addirittura promuoverne l’utilizzo?”.

Allo stato attuale - scrive Massari nella parte centrale della trattazione - le Blockchain aperte scalano con difficoltà, sono imprecise nei riferimenti temporali, hanno una capacità di memorizzazione delle informazioni inadatta alla quasi totalità dei casi d’uso con i quali ci confrontiamo ogni giorno. E quindi perché usarle? E’ piuttosto evidente quale sia la condizione principale per cui può avere senso la sua applicazione: la mancanza di fiducia verso entità centrali di governo o di intermediazione. A parte le applicazioni che traggono vantaggio dall’invenzione del “cash virtuale”, ovvero dalle criptovalute, le applicazioni e i casi d’uso che richiedono la blockchain sono quelle per cui deve valere la premessa: non ci si può fidare di niente e di nessuno.

Chi richiede, o addirittura pretende, che i suoi dati siano scolpiti nella pietra della Blockchain è chi ha ragione di credere che l’esistenza di autorità centrali o entità di regolamentazione istituite dall’alto non sia sufficiente garanzia di trasparenza e integrità o collocazione temporale dei dati. Posso immaginare associazioni non governative, movimenti di protesta, associazioni transnazionali, o semplici cittadini, che ritengano di dover essere garantiti in questo modo, anche in relazione a chi sia l’autorità centrale di cui non ci si fida, della particolare situazione politica e in quale stato risieda.

Può una Pubblica Amministrazione trovarsi nelle condizioni di applicabilità di soluzioni basate su Blockchain, o addirittura promuoverne l’utilizzo?

In conclusione del mio ragionamento è evidente come la domanda sull’applicabilità della Blockchain da parte di una Pubblica Amministrazione, specialmente quella italiana, basata sul modello giuridico di “civil law”, appaia come una domanda retorica.

Mentre rimane possibile che una PA sia coinvolta come soggetto passivo in un sistema che usi Blockchain aperte, o che le PA non rimangano escluse da progetti sperimentali, una PA che favorisse in modo deciso e perentorio l’utilizzo delle Blockchain aperte cadrebbe in un ossimoro, perché smentirebbe se stessa.

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