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Una indagine di Cittadinanattiva sulla partecipazione civica in sanità dice che il coinvolgimento dei cittadini nelle politiche sanitarie non è così forte come sembra sulla carta.

L'indagine è fatta di due analisi, una sulla partecipazione civica in sanità e l'altra su 34 pratiche partecipative in cinque Regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Piemonte, Puglia, Toscana) e nella Provincia autonoma di Trento.

Dal punto di vista della normativa, dice Cittadinanzattiva, il contesto regionale italiano appare molto diversificato: poche le leggi specifiche sulla partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche, di più sono invece gli articoli dedicati al tema della partecipazione in sanità, in altri casi sono invece figurate indicazioni alla partecipazione solo per l'integrazione sociale o socio-sanitaria e in altri ancora vi sono leggi con riferimento alla partecipazione per specifici ambiti (quali handicap e salute mentale, ad esempio).

L'esame sulle pratiche partecipative svolte rivela, invece, che gli Enti coinvolgono soprattutto i soggetti già noti, sulla base dell'attività svolta e della rilevanza esterna, mentre spesso sono escluse le fasce deboli e le rappresentanze delle comunità locali (inclusività). Il coinvolgimento dei cittadini avviene soprattutto per consultare (31%), co-progettare (22%), co-gestire (17%). Solo nel 38% dei casi le pratiche risultano vincolanti ai fini del risultato (analisi sul grado di potere). Dati positivi arrivano dalla valutazione dell'esito della pratica: nel 71% dei casi, il prodotto della pratica partecipativa viene implementato dall'Ente mentre, nel 59% dei casi, si innesca un processo virtuoso che genera nuove esperienze simili. L'accountability, la capacità delle Istituzioni di rendere conto ai cittadini, va migliorata perché nel 38% dei casi non viene prodotto alcun report finale della pratica partecipativa.